Ottiche vintage… preludio

Toni Pierdomè

Ottiche vintage.


 Leggere un articolo che parli di vecchi obiettivi fotografici può far sorridere oggigiorno. Nell’era del punta e clicca, pensare di dover fare qualcosa di manuale suona di obsoleto. Ormai quasi tutti i professionisti si affidano a sofisticati sistemi fotografici per i loro lavori, e spesso, l’acquisto di attrezzature fotografiche, si trasforma in una vera e propria gara, dove vince chi sfoggia l’attrezzatura più costosa. Già, come se la bellezza di una foto, o il talento di un fotografo, si potessero misurare in quantità di soldi spesi. Ora, mentre state leggendo, forse quest’ultima osservazione fa sorridere anche voi, tuttavia, sapete bene, che la maggior parte della gente giudica la bravura di un fotografo da queste sciocchezze, e di conseguenza, molti clienti si basano su questi parametri per scegliere a chi affidare i loro ricordi… la loro memoria. Detto ciò, ha ancora senso parlare di ottiche vintage? Secondo me si, seguitemi e scoprirete il perché. Bene, a questo punto, credo sia giunto il momento delle presentazioni, il mio nome è Toni Pierdomè, sono nato ed abito nella regione Marche.

Ho molti interessi, e pur essendo un informatico per vocazione, negli ultimi anni, la fotografia è diventata la mia passione principale. Ora vi chiederete cosa c’entro io, un “moderno” informatico, con le ottiche del passato? Beene, la risposta è semplice: quando la mia voglia di esplorare il mondo della fotografia ha iniziato a farsi sentire, mi sono reso conto che questo hobby era troppo costoso per le mie possibilità, cosi ho iniziato a ragionare. E qui il primo punto fondamentale: “ragionare”. Già, a differenza di quanto accade oggi (ormai il vintage è di moda), io non ho esplorato il mondo del vintage perché lo facevano tutti, anzi, se ben ricordo, a parte me, erano veramente pochi quelli che usavano attrezzature analogiche (avete presente il fallimento di molti produttori di pellicole?). Eravamo talmente pochi (e strani) che gli altri fotografi, guardavano noi poveri diavoli con sospetto, e confesso: a me questa cosa piaceva tantissimo. Insomma, io avevo scoperto che un obiettivo di qualsiasi marca o epoca poteva essere (in qualche modo) usato anche su una moderna reflex digitale. Ricordo ancora gli obiettivi smontati, i calcoli del tiraggio, le giornate passate davanti a un tornio, per poter adattare persino cose impensabili; addirittura obiettivi (presi ad 1 euro al pezzo) nati per gli ingranditori o per i proiettori, che una volta montati sulla macchina, incredibilmente, facevano foto… e che foto. Da quel momento capii che la mia passione per la fotografia sarebbe esplosa. Incredibile, prima vintage per necessità e poi (dopo aver conosciuto ed apprezzato) per scelta. Dopo questa breve, presentazione, iniziamo a parlare di cose serie. Innanzitutto questo primo articolo è solo l’incipit di una serie di post che tratteranno di obiettivi vintage. Ogni volta vi presenterò un’ottica diversa, ed ogni volta ve ne farò innamorare. Attenzione, non si tratta di fredde e scientifiche recensioni a base di test MTF con mira ottica e complessi calcoli matematici, anche perché probabilmente, a parte qualche invasato, alla maggior parte delle persone interessa di più avere delle belle fotografie, piuttosto che conoscere il potere risolvente delle lenti. Ciò non significa che non ci siano persone (fotografi) interessate ad avere dei vetri certificati, ma proprio questo ha spinto me a differenziarmi.

Seguite il mio ragionamento. Molti fotografi scelgono il loro equipaggiamento in base a valori matematici, calcoli scientifici e (attenzione) oggettivi, ossia si affidano a qualcosa di non interpretabile e uguale per tutti. Probabilmente queste persone si sentono rassicurate dal fatto che ci sono prove scientifiche che la loro attrezzatura sia “superiore”, e questo è assolutamente poco artistico e poco personale. A mio parere, certe scelte dovrebbero essere ponderate su valori più umani e soggettivi, come le proprie sensazioni, la propria sensibilità, il proprio gusto estetico; Insomma, una propria e diversa percezione delle cose. Ovviamente ognuno è libero di adoperare ciò che vuole, ma ora io vi dico perché preferisco usare ottiche vintage su macchine digitali. Come già anticipato, uno dei fattori per me cruciali era il costo. Quando iniziai ad acquistare “vecchi” obiettivi (allora non si chiamavano vintage), questi costavano veramente poco, nell’ordine del prezzo di una pizza o poco più. Certo oggi queste vecchie lenti stanno andando di moda (ora si chiamano vintage), per cui i prezzi sono notevolmente diversi, tuttavia ancora molto convenienti rispetto agli obiettivi moderni di qualità. Tanto per fare un esempio, organizzo un’uscita fotografica in un bellissimo orto botanico, un mio amico mi dice che porterà il suo “beep” 70­200/2.8 (pagato 2.300 euro), allora io ne approfitto per provare il mio Pentax A 70­200/4 (pagato 50 euro). Ora, a parte che il mio era appena meno luminoso e molto più vecchio, però era maneggevole, robusto, con una bella resa dei colori ed uno splendido sfocato. Inutile dire che il confronto delle foto scattate è stato impietoso e imbarazzante (per lui). Un altro motivo che mi spinge a preferire i vintage, è che nel corso degli anni ho smontato e rimontato centinaia di obiettivi, e vi garantisco che la qualità costruttiva non è assolutamente paragonabile, una volta facevano le cose per durare nel tempo, ecco perché ancora oggi è possibile usare ottiche prodotte sessant’anni fa. Una volta la produzione avveniva in paesi ad elevata specializzazione, come la Germania o il Giappone (provate a scoprire dove vengono prodotti oggi gli obiettivi), poi la logica di assemblaggio era migliore, i componenti erano curati, robusti, di metallo, inoltre i vetri erano vetri e non resine. Un altro aspetto poco noto degli obiettivi vintage è che sono stimolanti. 

Mi spiego meglio, avere un super zoom tuttofare e completamente automatico, rende pigri, cioè frena la nostra creatività. Essere in un punto qualsiasi e poter scattare a raffica in ogni direzione è un fattore inibitore della fantasia. Usare ottiche fisse, e manuali, ci “costringe” ad essere creativi. Immaginate di avere un obiettivo fisso da 50mm, sarete costretti a fare avanti e indietro voi, per avere l’inquadratura desiderata, inoltre spesso gli ostacoli ci spingono a cercare soluzioni, quindi il fatto di doverci spostare, in realtà ci aiuta a scattare da un punto di vista diverso e sicuramente meno banale. Un altro forte stimolo deriva dal dover mettere a fuoco manualmente. Questo significa che il vostro occhio sarà più concentrato sulla scena, perché non sarà un motore autofocus a pensare a tutto, bensì voi, e questo apre prospettive e strategie impensabili con un automatismo, tipo un volontario back focus, o front focus, o ancora mettere in evidenza un particolare tra i molti. Insomma inizierete a vedere le cose su più livelli e col tempo i vostri occhi riusciranno ad individuare ciò che più conta in una scena… il vostro motore autofocus non potrà mai farlo. Probabilmente però il motivo principale per cui adoro le ottiche vintage è che sono divertenti. Sono divertenti da usare perché hanno carattere e sono piene di difetti (comportamenti artistici). Capisco che possa sembrare un controsenso, per questo credo si renda necessaria una breve spiegazione. Gli obiettivi moderni sono tutti progettati al computer, sono precisi, ben corretti, non soffrono di particolari aberrazioni; insomma, hanno tutti una resa “pulita”. E questo è ciò che più mi disturba, avere una lente che ha una resa uguale a tutte le altre lenti, significa non potersi differenziare (se non in post produzione). Se prendete un qualsiasi obiettivo moderno, di qualsiasi marchio e poi prendete gli equivalenti degli altri marchi, vi renderete conto che la resa (e cerchiamo di capire per favore cos’è la resa) sarà identica. Non intendo più luminoso, o più nitido, intendo che tipo di immagine restituisce, sotto il profilo della resa cromatica, della saturazione, del contrasto, dello sfocato, e soprattutto, del rendering, ossia in quale modo disegna l’immagine. Vi renderete presto conto che difficilmente riuscirete a distinguere con quale ottica sia stata fatta una foto o un’altra. Questa è una brutta cosa, perché significa che questi obiettivi non hanno carattere. Viceversa, nel vintage ci si diverte a montare quel determinato obiettivo, proprio perché ci restituisce quel determinato rendering, che sarà completamente differente da qualsiasi altro. Per esempio si può decidere prima di scattare, quale risultato ottenere, semplicemente scegliendo l’ottica che sappiamo abbia quelle determinate caratteristiche.

Vi sarete per esempio accorti che ultimamente molti fotografi sfornano dei bokeh pazzeschi, dei flare da paura e delle aberrazioni mostruose. Stiamo parlando di tutte cose definite imperfezioni fino a qualche tempo fa, eppure oggi questi difetti piacciono così tanto che un Trioplan (probabilmente uno dei peggiori per aberrazioni cromatiche) è diventato l’oggetto del desiderio di moltissimi fotografi. Oggetto del desiderio persino di fotografi che pensano di ottenere dei risultati di un certo tipo, solo possedendo un oggetto di un certo tipo, ma ahimè non è così. Quando si è abituati ad usare automatismi che decidono per noi, ci vuole tempo poi per cambiare abitudini (ed iniziare a capire). Non si può infatti pensare, di usare un oggetto così particolare, come se fosse il solito tuttofare, a cui siamo abituati (assuefatti); per usare una lente vintage, bisogna prima imparare a conoscerla, rispettarla… e capirla. D’altronde le cattive abitudini, derivanti da anni di pigrizia creativa, non possono mica scomparire in un attimo, soprattutto, se di fronte alla prima difficoltà, ci si arrende e si ritorna ad usare il solito plasticone tuttofare.


Termino questo post con un invito a seguire le novità che pubblicheremo qui su PentaeXperience.
Dal prossimo articolo partiranno le recensioni, inizieremo con i Takumar, veri gioielli del passato di “mamma” Asahi 😉

Toni Pierdomè

 

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